Robert Plant: un sessantenne di belle speranze
Live report dal Neapolis Festival 2006
La storia, umile, sale sul palco.
Sinuoso e sensuale, abbracciato da caldi note basse, mood elettronici e psichedelici, l’ex cantante dei Led Zeppelin fa il suo ingresso in maniera disinvolta, senza clamori particolari, tra entusiasmo del pubblico. Difficile realizzare di essere al cospetto della voce che ha reso immortali brani quali “Since I’ve been Lovin you” o “Dazed and Confused”.
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“Buona sera Napoli, let’s go”.
Oltre 7000 presenze ed un’acustica eccezionale offerta dall’Arena Flegrea sono state il premio tributato a Plant ed ai suoi attuali compagni di viaggi musicali. Le evoluzioni rock, etniche, fluttuanti sulla platea sono state infatti accompagnate da una resa sonora di rara chiarezza, regalando un ascolto perfetto di tutti gli strumenti della band: due chitarre, basso, batteria, percussioni e tastiere. E poi, ovviamente, l’ospite d’onore, Robert Plant, un leone vecchio solo all’anagrafe del paesino britannico di West Bromwich. Dopo un “Buona sera Napoli, let’s go”, si inizia a rilasciare l’energia accumulata nell’attesa e durante una opening di riscaldamento, morbida e notturna. Non sono moltissimi che conoscono gli Strange Sensation, un gruppo con ottimi musicisti fra cui spiccano il tastierista John Baggot, musicista live dei padri del Bristol Sound Massive Attack e Portishead, ed il chitarrista poliedrico e multi-strumentista Justin Adams, a suo agio su fraseggi di chitarra rock così come su ritmi egiziani e turchi delle percussioni.
Vecchi brani e sperimentazioni.
Plant non ha mai celato la sua passione per le sperimentazioni e, in particolare, per le ancestrali melodie mediterranee. Nell’album “No Quarter”, live con Page e l’orchestra di percussioni egiziane, queste tendenze trovano una dimensione ottimale, riproposta nella serata del concerto con gli SS.
E’ stata riproposta una versione completamente riarrangiata di “Black Dog”, con un ritmo più vicino al blues funk che a quello originario. Se ne riconoscono infatti solo alcune strofe, ma tali bastano per far seguire il pubblico nell’accompagnamento vocale. Eppure Plant non è soddisfatto, vuole di più da un pubblico che sente ancora un po’ legato. Il riccio mattatore allora aizza la platea, pretendendo vocalizzi più alti, più forti ed ancora più su. Tempo di scaldarsi ed anche la sua voce, scrollata un po’ di polvere, risale potente e sognante nell’inno al freedom of life di “Going to California”. Si passa poi ad “una canzone che parla di un viaggio nell’India, tanti e tanti anni fa”, la splendida “Misty Mountain”. Di seguito altri brani più recenti, dove la voce di Plant si staglia su basi elettroniche punteggiate di feedback di chitarra. Quando si arriva ad una strepitosa “Whole Lotta Rosie” (che ahimè molti hanno identificato con “la canzone di top of the pops” NdA), inframmezzata da un lungo intermezzo arabeggiante, il pubblico è entrato nella estasi completa. Un concerto trascinante, capace di unire giovani e meno giovani, quelli che nell’ultimo scorcio dei ’60, iniziarono scoprire il rock proprio con Plant e gli Zeppelin.
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